Varese

Cosa vogliono le libere professioniste? I dati dal “Laboratorio Varese”

Perché una socia sceglie di restare nella Rete? Cosa cerca davvero quando si iscrive a un workshop? Nella sede di Rete al Femminile Varese, abbiamo deciso di trasformare queste domande in una ricerca strutturata, analizzando i bisogni formativi delle nostre socie attraverso due indagini quali-quantitative condotte tra aprile e dicembre 2025.

I risultati non ci parlano solo di “competenze da acquisire”, ma di un’identità professionale in profonda trasformazione. Aspetti che tornano ampiamente, se confrontati con una recente formazione sul tema della Vision-Board (gennaio 2026).

In questo articolo condivideremo le evidenze più significative, per lanciare un confronto a livello nazionale con le altre sedi locali e capire insieme quali strade Rete al Femminile può percorrere per supportare al meglio le sue socie.

I bisogni in ambito psicologico – aprile 2025

I dati raccolti ad aprile 2025 mostrano che il lavoro autonomo è vissuto come un’esperienza emotivamente esposta, che richiede una costante regolazione interna. Le aree tematiche più “calde” sono le seguenti:

  • Confini e gestione delle aspettative: Le socie avvertono la fatica di farsi carico eccessivamente delle richieste dei clienti e la necessità di comunicare in modo chiaro orari, pagamenti e condizioni lavorative, senza cadere nel compiacimento.
  • Autostima e sicurezza professionale: È emerso con forza il tema della Sindrome dell’Impostore e della sensazione di “non essere abbastanza”. C’è un bisogno diffuso di riconoscere il proprio valore per evitare di sminuire il lavoro davanti a familiari o clienti.
  • Relazione con il denaro: Un punto critico riguarda il disagio nel richiedere il pagamento delle prestazioni e la tendenza a lavorare pro bono in modo non sostenibile.
  • Assertività e gestione emotiva: Molte partecipanti hanno espresso la difficoltà di dire “no” senza sensi di colpa, oltre al bisogno di strumenti per gestire il giudizio altrui e mantenere la calma sotto pressione.
  • Bilanciamento vita-lavoro: Spesso il tempo dedicato alla professione deve essere “giustificato” agli occhi della famiglia, specialmente quando si lavora da casa senza spazi dedicati, portando a sensi di colpa e difficoltà di concentrazione.

Dall’analisi quantitativa è inoltre emerso che, nei profili con maggiore criticità, le difficoltà in ambito di autostima, stress e gestione dei clienti sono fortemente intrecciate. Questo suggerisce che per tali persone le insicurezze personali e le fatiche relazionali si alimentano a vicenda, aumentando il rischio di esaurimento o di una vera e propria confusione identitaria nel lavoro.

Esigenze di formazione – dicembre 2025

I bisogni formativi per il 2026 evidenziano un equilibrio necessario tra strumenti tecnici e mindset psicologico. I temi più richiesti dalle socie sono la comunicazione e il public speaking e l’intelligenza artificiale, seguiti da un interesse per la gestione del tempo e le strategia di business. Emerge inoltre una necessità profonda di toccare temi come la consapevolezza finanziaria — con focus su pricing e rapporto con il denaro — e aspetti di mindest, come capacità di delegare, definire confini professionali e gestire l’energia emotiva.

Un elemento interessante riguarda le richieste rispetto al “come” debba avvenire la formazione. Le socie di Varese sono professioniste esperte che chiedono un salto di livello qualitativo:

  • No all’autopromozione: Viene richiesto esplicitamente che chi conduce la formazione non usi lo spazio per vendere i propri servizi, ma per offrire contenuti utili alla collettività.
  • Contenuti originali e avanzati: Si prediligono approfondimenti “non copia-incolla”, che portino valore aggiunto basato sull’esperienza reale della formatrice.
  • Approccio Peer-to-Peer: Piace molto la modalità “a cerchio” o a “tavola rotonda”, dove il sapere si costruisce insieme partendo da dubbi o problemi reali

La prova del 9: workshop sulla Vision Board – gennaio 2026

A completamento del percorso di ascolto e analisi dei bisogni, nel gennaio 2026 abbiamo dato vita a un workshop sulla Vision Board, concepito non come semplice esercizio creativo, ma come un potente strumento di esplorazione identitaria.

Il workshop si è articolato in più fasi, pensate per accompagnare un passaggio graduale dall’analisi razionale all’ascolto più intuitivo, favorendo l’esplorazione piuttosto che la performance:

  1. Riflessione carta-matita: Una fase iniziale di introspezione guidata da una dispensa di domande aperte su identità, valori e confini, per attivare la consapevolezza senza la pressione di dover “chiudere” subito una visione definitiva.
  2. Creazione della Vision Board: L’uso di tecniche espressive-creative come dimensione esperienziale e metafora interna. Questo linguaggio simbolico permette di bypassare il perfezionismo e dare forma a desideri non ancora verbalizzati.
  3. Condivisione: Un momento finale in cui la parola ha collegato l’esperienza creativa alla consapevolezza, permettendo alle socie di integrare le intuizioni emerse nel proprio percorso professionale.

Principali temi emersi

  • La Vision precede l’Obiettivo: Abbiamo scardinato l’idea che servano subito obiettivi SMART. Gli obiettivi funzionano solo se sostenuti da una visione interna e da un orientamento identitario che precede le scelte. Senza una direzione sentita, anche la strategia più perfetta finisce per esaurirsi.
  • La “Provocazione” del fermarsi: Per molte socie, il workshop è stato vissuto come una “provocazione”: un atto di rottura rispetto al flusso incessante del quotidiano per potersi finalmentesof-fermare sul “come voglio sentirmi”. Questo “alt” è stato percepito come un motore di ricarica indispensabile.
  • Riscoprire il desiderio autentico: Il nodo centrale della self-leadership al femminile è spesso un desiderio alienato, ovvero la tendenza a desiderare “da fuori” per rispondere ad aspettative e riconoscimenti esterni. Il workshop ha permesso di riconnettersi con ciò che si sente con autenticità, superando l’automatismo del “devo” per approdare al “voglio”.
  • I confini come valore professionale: È emerso con forza che dire “no” — alla famiglia, agli appuntamenti o ai clienti — non è una perdita di tempo, ma un modo per darsi valore e proteggere la propria sostenibilità. La visione diventa reale solo se non consuma la persona.
  • La metafora della “mezza porzione”: Una riflessione particolarmente significativa ha riguardato il bilanciamento vita-lavoro. Come al ristorante si sceglie la “mezza porzione” per assaggiare più piatti, così la libera professionista può vivere i diversi ruoli (mamma, lavoratrice, donna in X sfaccettature…) non come frammenti che la rendono “a metà”, ma come l’opportunità di assaggiare diverse dimensioni della vita restando se stessa.
  • Elogio dello spazio vuoto e dell’incompletezza: Contro la dittatura del perfezionismo, alcune partecipanti hanno scoperto che lo spazio vuoto nella propria Vision Board rappresenta l’aria e il “detox” di cui hanno bisogno quando si sentono troppo piene. Accettare l’incompletezza significa capire che la visione è un percorso in divenire, non un compito da “chiudere”.
  • Il corpo e i piccoli rituali: La sostenibilità del business passa anche dal corpo come dimora del Sé e non come strumento da spremere. Piccoli rituali estetici, come tornare a truccarsi anche lavorando da casa, sono stati riconosciuti come atti di cura che danno carica e sottolineano il proprio modo di stare nel mondo.

Conclusione: La Rete come bussola, nel mare della self-leadership

L’esperienza di Varese ci suggerisce che la formazione in Rete al Femminile non può più limitarsi a essere una mera “cassetta degli attrezzi” tecnica: le socie oggi cercano un equilibrio profondo tra strumenti di assertività e competenze pratiche, chiedendo alla Rete di farsi spazio sicuro dove rassicurazione, ricarica e crescita possano finalmente incontrarsi.

In questo scenario, la self-leadership emerge come la “competenza alla base di tutte le altre”, superando i concetti di semplice disciplina o produttività per farsi complesso processo di autoregolazione e percorso identitario. Per la libera professionista, che opera in un contesto a-strutturato dove “l’unica struttura siamo noi”, questa diventa una pratica multilivello indispensabile per integrare l’operatività quotidiana con la propria storia interiore e con quei condizionamenti storico-culturali che ancora oggi alimentano l’ambivalenza verso il successo.

Condividere questi dati a livello nazionale è dunque un invito a guardare “sotto la superficie” del business per costruire una leadership consapevole e solida, dove la Rete rappresenta una preziosa “impalcatura di supporto” (o “scaffolding”) per le sue socie, alle prese con un percorso di crescita così complesso e costantemente in divenire.

Pubblicato il

Stefania Pozzi

Lavoro come psicoterapeuta, ma mai da sola. Durante i primi di attività, ho collaborato come psicologa consulente per diverse realtà ospedaliere, a Milano-Niguarda e a Legnano, occupandomi del supporto psicologico a persone affette da diverse forme di malattia grave e/o cronica ed ai loro familiari. Avendo tastato con mano il valore della collaborazione in equipe interdisciplinari, ho scelto di portarlo anche nella mia attività da libero-professionista. Nel 2019 fondo il Centro di Psicologia Mera-Gorini, una realtà sul territorio di Varese che vede la collaborazione fra psicologi-psicoterapeuti, un'arteterapeuta e un istruttore di mindfulness e yoga e un neuropsicologo. Temi comuni a tutti noi sono il valore della "relazionalità" come motore dello sviluppo umano e, quindi, anche dei percorsi di cura, e l'importanza di poter spaziare tra codici espressivi differenti, nel costruire i percorsi di crescita e/o guarigione di ogni persona.

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